a cura della Dott.ssa Chiara Campanini

“Nella mia casa ho riunito giocattoli grandi e piccoli, senza i quali non potrei vivere. Il bimbo che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di se e che gli mancherà molto.” Pablo Neruda

Saper giocare significa saper stare soli con se stessi e contattare una parte profonda e creativa di sè per dare libertà e spazio all’immaginazione, una delle forme più alte di creatività individuale. Spesso molti adulti sono stati bambini non in grado di giocare e sperimentare quel senso profondo di libertà e di scoprire il proprio vero sè. E’ solo recuperando questa capacità che è possibile dispiegare le ali delle proprie potenzialità.


La parola gioco deriva dal latino “iŏcus” che significa scherzo, burla. Quando si parla di gioco spesso si tende a pensarlo come ad qualcosa che è non serio e non reale, rischiando di dare ad esso una definizione al negativo, come fosse un’attività di poco valore.

Ripercorrendo storicamente il concetto del gioco si può vedere come esso sia cambiato e si sia evoluto molto all’interno della nostra cultura e che solo in tempi recenti sia stato riscoperto come attività 

libera e creativa da non dover soffocare, ma anzi, a cui dover dare spazio e soprattutto tempo. Nelle società occidentali infatti, il riconoscimento dell’importanza del gioco nello sviluppo psicofisico del bambino è relativamente recente. Solo in tempi recenti si è iniziato a considerare con maggiore attenzione l’infanzia e soprattutto ad evidenziare i legami che il gioco ha con la creatività e l’immaginazione nella successiva età adulta. Famosa è infatti una delle frasi di Schiller, che ha sottolineato proprio l’aspetto della naturalità ed dell’istintualità del giocare sintetizzandola nella sua frase: “L’uomo è completamente uomo solo quando gioca”.

Il gioco può essere pensato come un’attività liberamente scelta a cui dedicarsi non solo per il bambino ma anche per l’uomo adulto. Proprio del gioco è infatti il carattere di volontarietà che lo porta ad essere nella sua totalità un atto libero ed è per questo che  anche la possibilità del bambino di essere spontaneo, rifiutando il gioco proposto dal genitore, è un affermazione di individualità del bambino stesso, che è strettamente connessa con l’essere libero, così come lo sono gli animali, e di provare piacere nella sola attività del giocare.

Secondo lo psicologo Piaget, che si è concentrato sull’evoluzione dell’attività di gioco nello sviluppo del bambino, il gioco è un’attività fondamentale che accompagna il bambino durante tutto il suo sviluppo. Esso si manifesta in primis come esercizio che il bambino compie, fin da molto piccolo, al fine di imparare ad utilizzare le proprie abilità senso-motorie per entrare in relazione con il mondo. Successivamente, con lo sviluppo del linguaggio e del pensiero ipotetico-deduttivo, il bambino impara a rapportarsi con la realtà sociale attraverso il gioco simbolico o gioco di finzione. In particolare, rispetto al gioco di finzione, Piaget dice: “Il gioco simbolico segna senza dubbio l’apogeo del gioco infantile”.

 

Infatti, dalla fine del secondo anno, il bambino inizia ad intessere sulla scena sequenze di gioco lunghe e complesse, incentrate su temi di fantasia, che vengono condivisi e negoziati con altri bambini con l’invito al “facciamo finta che…. Ciò accade perchè il bambino inizia ad acquisire la capacità simbolica di rappresentare, tramite gesti o oggetti, una situazione non attuale e si sviluppa in lui la capacità di immaginazione e di imitazione. Successivamente vi sarà poi un’ulteriore modifica e inizierà a comparire sulla scena il gioco di regole (dai 7 anni in poi) in cui il giocare non sarà più solo fine a se stesso ma si trasformerà in un’attività in cui i giocatori competono, seguendo regole ben precise, allo scopo di vincere, mettendo alla prova le proprie capacità. Una delle funzioni del gioco è quella quindi di ponte nel passaggio dall’egocentrismo alla socialità, nel rapporto tra il bambino e la realtà sociale esterna.

Donald Winnicott, pediatra e psicoterapeuta degli anni 70, parla invece del gioco come di un’area intermedia tra la madre e il bambino, in cui quest’ultimo sperimenta da un lato l’onnipotenza sull’oggetto, ma dall’altra inizia a riconoscerlo come non più fuso con se stesso ma appartenente ad un mondo altro da sè.

“Il gioco ha uno spazio e un tempo;
non è al di dentro, nè è al di fuori […]
Esso è una modalità fondamentale di vivere”.

Il giocare si configura e permane, durante tutto il corso della vita, come una maniera particolare di trattare la realtà in forma soggettiva, in forma quindi creativa, mettendosi deliberatamente in contatto con il proprio modo di percepire: è un modo di entrare in contatto con il nostro Sè.

“Mentre gioca, l’individuo è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità,
ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé
(Winnicott, 1974).


Una grande importanza è rivestita dal gioco nella stanza di terapia ed è stato sempre quest’autore ad elaborare una vera e propria teoria del gioco applicabile alla pratica clinica. Egli dice:

La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. Essa ha a che fare con due persone che giocano insieme. Il corollario di ciò è che quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace.

La terapia stessa diventa quindi un luogo dove si può liberamente giocare, dove poter sperimentare e sperimentarsi nella propria creativa, trasformandosi in uno spazio simbolico, in cui le emozioni possono essere rappresentate e l’esperienza può essere elaborata.

La valenza trasformativo e creativa del gioco è quella di cui parla anche Jung, il quale considera il gioco come un elemento fondamentale per il mantenimento e il ritrovamento della salute psichica. Egli stesso, nella sua autobiografia afferma come sia riuscito attraverso il gioco a comprendere i suoi processi interiori inconsci e a ristabilire la sua salute psichica. Secondo questo autore, infatti, “tutto il lavoro umano trae origine dall’immaginazione […] e l’attività creatrice dell’immaginazione strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano, elevandolo allo stato di colui che gioca” (1978).

È attraverso il fare e, quindi, anche attraverso il giocare, che si trova il modo di collegare l’Io e l’inconscio.

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